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Coach Lue: «Allenare i Cavs è il mestiere più difficile al mondo»

tyronn lueQuando arrivi in NBA da giocatore professionista la soddisfazione è immensa, se poi a carriera conclusa inizi ad allenare e finisci in una delle squadre più forti degli ultimi anni come i Cavs allora c’è poco da fare, perché meglio di così non poteva andare. Certo stiamo parlando di una sfida immensa, come ha riconosciuto in una lunga intervista proprio Tyronn Lue, che ha colto immediatamente l’occasione per riconoscere oneri ed onori di un lavoro stressante come non mai:

«Questo è sicuramente il mestiere più duro e difficile che c’è. Certo di sfide nel corso della mia carriera ne ho avute parecchie, l’importante è non lasciarsi condizionare da quello che senti – come i media e quello che dicono. Fino a quando avrò il supporto di David Griffin e Dan Gilbert (rispettivamente GM e maggior azionista della franchigia) sommato a quello dei miei giocatori, di Cleveland e di tutto l’Ohio non ci sarà alcun problema».

Un impegno sicuramente difficile quello degli allenatori a questi livelli, e se ce lo dice lui c’è da fidarsi. Ma il problema non sarebbe tanto quello di cercare solo la vittoria quanto più che altro quello della complessità della situazione:

«Quando giocavo, cioè sette/otto anni fa, non avrei mai detto una cosa del genere ed anzi avrei attaccato ogni giornalista pronto a sostenerlo. Solo ora ho realizzato che non è sbagliato. Le persone dicono quello che devono, molti per vendere libri o belle storie ma il problema non è questo. Del resto è il loro lavoro. L’unica cosa che non apprezzo è quando i giornalisti non lavorano come si deve».

Una frecciatina questa rivolta al giornalismo e alla sua mania di voler sempre criticare le scelte di un coach, con un riferimento particolare alla panchina di Irving e Love in gara tre contro i Pacers o di LeBron nel corso di alcune partite di regular:

«Le attenzioni della stampa non mi piacciono troppo e questo è il motivo per cui questo lavoro è così difficile visto che sei sempre sotto l’attenzione di tutti. È complicato essere sereni quando ogni tua singola decisione o ogni cosa sbagliata che dici rischia di diventare virale. È un problema molto grande ed è il motivo per cui cerco di non dire mai nulla di fronte alle telecamere. Tutti si aspettano che inizi a dare ordine alla squadra tipo “devi fare questo e quell’altro” perentoriamente. Ma da noi è diverso, la nostra squadra non lo sentirebbe comunque».

«James poi è uno dei motivi principali per cui posso dire di conoscere bene i media. Ogni volta che decido di farlo riposare ecco subito tutti pronti a urlare: “Dovrebbe assolutamente giocare! Jordan non si sarebbe mai riposato!”. Quindi quando è in campo per 42 minuti eccoli mentre dicono “Sta giocando troppo!”. Insomma impazziscono se gioca o se non gioca. Per questo dico che ho capito come funziona e cerco di non badare troppo alle chiacchiere».

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