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Mike D’Antoni non ha intenzione di risparmiare i suoi giocatori: «Sono professionisti pagati per giocare»

d'antoni harden arizaUn tema che mai come quest’anno è stato ricorrente. Il calendario NBA è un tour de force di 82 partite, molte volte a distanza di poche ore l’una dall’altra e con spostamenti di molte ore, che spesso non permettono ai giocatori di riprendere fiato. È così da molti anni e gli infortuni sono una variabile che può condizionare una stagione, specialmente nella fase dei playoff.

Molti allenatori hanno pubblicamente dichiarato che concederanno alle proprie stelle minuti in panchina, per preservarli dalla fatica, primo fra tutti Tyronn Lue, che ha detto di voler risparmiare LeBron James. Non la pensa così però Mike D’Antoni, uno dei principali candidati al titolo di Coach of the Year con i “rinati” Houston Rockets.

«So perfettamente che molti dei miei giocatori spesso sono affaticati e so che il calendario è brutale. Ma sono dei professionisti e sono pagati per giocare. Quando non si sentono di entrare in campo o quando gli allenatori mi dicono che non possono giocare allora li metterò in panchina, ma se mi dicono di voler giocare io li lascio in campo».

Un discorso che non fa una piega e le argomentazioni sono altrettanto condivisibili: «L’obiettivo è vincere e, specialmente a Ovest, ogni partita è importante; non abbiamo il lusso di permetterci di perderne qualcuna. Ogni coach ha il suo modo di gestire questa cosa, ma io penso spesso ai ragazzi che vengono a vedere l’NBA: se possono vedere solo una partita, perché privarli della gioia di vedere i migliori giocatori in campo?».

Un allenatore che ha sempre preservato lo spettacolo e quest’anno è riuscito a dare armonia a uno spogliatoio che sembrava poco motivato. Il terzo posto attuale della Western Conference è un traguardo che condivide con la sua stella James Harden e i suoi giocatori, ma del quale D’Antoni ha gran parte del merito.

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