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Presunto boicottaggio degli alberghi di Trump da parte di alcuno squadre NBA. Arrivano le smentite

coach-fizdaleChi si aspettava quel clima di collaborazione e, soprattutto, di pacificazione chiesto da Obama una settimana fa quando ha accolto Trump alla Casa Bianca per parlare di transizione dovrà ricredersi. Dall’NBA arrivano infatti una serie di segnali abbastanza negativi per quanto riguarda la futura convivenza tra neo presidente e franchigie, con alcune squadre che hanno deciso all’ultimo di non appoggiarsi ad una catena di Hotel che porta il suo cognome.

Un danno marginale per The Donald, ma resta comunque uno di quegli sgarbi istituzionali capaci di lasciare il segno in un paese come gli Stati Uniti che mai come oggi si trova a dover fare i conti con tutte le sue contraddizioni politiche.

Le franchigie interessate sarebbero per il momento i Milwaukee Bucks, i Memphis Grizzlies ed i Dallas Mavericks ma per fonti di ESPN nei prossimi giorni usciranno allo scoperto un’altra di Eastern Conference ed alla spicciolata almeno altre sette società di tutta la lega. Non sappiamo se in mente avranno lo stesso “boicottaggio alberghiero” tra Chicago e New York, ma già da ora possiamo parlare di uno strappo forte tra il mondo della pallacanestro e la futura amministrazione americana, sebbene il coach dei Grizzlies Fizdale si sia sperticato a correggere il tiro parlando di «chiacchiere assurde per decisioni prese da mesi».

Certo, che i rapporti tra il tycoon e questo sport non fossero dei migliori non è una novità, basta leggersi le bordate degli scorsi mesi di Cuban o le dichiarazioni degli ultimi giorni di Popovich, Van Gundy e Steve Kerr, ma nessuno poteva credere che questi strascichi sarebbero continuati ancora dopo la sua elezione.

E, pur non volendo scendere nella polemica politica, la maggior parte delle responsabilità per questo clima è proprio di Trump che con le sue dichiarazioni su immigrati e musulmani non ha contribuito a distendere un mondo molto legato storicamente e culturalmente proprio a questi due fattori, come ha tenuto a spiegare Jabari Parker (Bucks):

«Sono molto orgoglioso delle decisioni della mia squadra perché non si può mai ed in nessun modo sostenere l’odio ed il razzismo. E se si creano dei fraintendimenti è meglio chiarirli subito. Sono contento di non dover soggiornare lì. Trump è il nostro presidente ma per far rientrare la cosa ci vorrà del tempo, e se lui non si scusa ce ne vorrà ancora di più. Io come molti sono collegato a molte cose che ha disprezzato in campagna elettorale, penso a mia madre per esempio che sarebbe ancora un’immigrata visto che è nata a Tonga. Quindi non appoggiarlo è stato scontato».

Il basket come ogni sport, ma forse più degli altri per le sue particolari connotazioni storiche, è forse il miglior veicolo di inclusione sociale nei grandi ghetti nord americani. Quindi era scontato aspettarsi reazioni del genere e, comunque vada ad evolversi, siamo sicuri che questo altro non è se non il primo capitolo di una vicenda tutta da scrivere.

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