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Rose assolto dalle accuse di stupro. Noah: «Bene così, hanno provato a truffarlo»

derrick-rose-rapeFine di un’Odissea. Questo deve avere pensato Derrick Rose quando mercoledì il tribunale civile di Los Angeles lo ha scagionato da quelle infamanti accuse di stupro di gruppo. Fatti risalenti all’estate del 2013 e che da più di un anno pendevano sulla sua carriera come una spada di Damocle, visto che in caso condanna l’Association avrebbe preso provvedimenti seri ed inappellabili.

Una vicenda molto torbida e che come abbiamo visto ha spaccato letteralmente gli Stati Uniti a metà, tra innocentisti che vedevano i goffi tentativi di un’estorsione (gli sono stati richiesti ben 21,5 milioni di dollari come danni) ed al contrario colpevolisti pronti a criticare gli atteggiamenti troppo macisti e superbi dello show business.

Per la giuria, che ha deciso dopo tre ore e 45 minuti di camera di consiglio, non ci sono dubbi: quello tra Rose, i suoi due amici e Jane Doe (lo pseudonimo usato dalla presunta vittima, ndr) fu un rapporto consensuale. Niente droga per stordirla e soprattutto niente violenza, capitolo chiuso.

Particolarmente sentita la lettura del verdetto da ambo le parti, a cominciare da Derrick che ha tenuto lo sguardo basso sino alla fine per poi esplodere in un sorriso liberatorio e abbracciare i suoi legali, mentre la Doe è invece rimasta con la testa tra le mani, quasi come stesse pregando, per poi chiosare a stretto giro «una vergogna verso tutte le donne».

Una boccata d’aria fresca quindi per il neo acquisto dei Knicks che ora ha la certezza di partecipare alla regular season e che nel corso di questi mesi, nonostante la cautela della sua franchigia, ha sempre sentito la vicinanza e l’affetto di tutti i suoi colleghi che non lo hanno mai scaricato. A cominciare proprio dal compagno Joakim Noah che per primo ha voluto commentare la sentenza:

«Riaverlo qui è una benedizione, nel corso di tutta la preseason non è stato con noi e si sentiva un clima pesante. Quindi è un bene che la verità abbia trionfato così come la sua partecipazione al torneo. E tutto perché qualcuno ha cercato di fare dei soldi facili sulla pelle di un mio amico. Quest’estate abbiamo lavorato tantissimo insieme, ma diciamocelo: convivere con un peso del genere non dev’essere stato facile».

Decisiva la scelta di trincerare dietro l’anonimato dello pseudonimo di Jane Doe la loro assistita da parte del collegio difensivo, che a detta degli esperti ha dato l’impressione non tanto di voler salvaguardare la sua onorabilità ma di evitare una corretta ricostruzione dei fatti. Certo la vicenda non è ancora chiusa del tutto, ma con un’assoluzione del genere in ambito civile è molto difficile avere sviluppi sotto l’ambito penale. A Rose ora non resta che prepararsi al meglio alla sua nuova avventura targata New York.

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