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Ancora polemiche sull’inno americano. La cantante Sevyn Streeter accusa i Sixers: «Mi hanno censurato»

sevyn-streeter-nbaC’è un piccolo mistero che rischia di scatenare un mare di polemiche attorno alla partita di apertura tra i Sixers e i Thunder. Alla cantante Sevyn Streeter sarebbe stato impedito all’ultimo minuto di cantare l’inno nazionale prima dell’incontro senza ragioni apparenti.

Peccato che la stessa, sostituita in corso d’opera con una delle cheerleader dei 76ers di nome Jemila Worley, ha rilanciato prontamente una polemica su twitter in cui accusa i vertici della franchigia di averla esclusa per via della sua maglietta con scritto “We Matter”, chiaro riferimento al “Black lives matter” di questa estate contro i numerosi abusi, ed in alcuni casi anche omicidi arbitrari, della polizia ai danni della comunità afro americana.

Un episodio molto grave e che rischia di funestare anche un ambiente come quello della pallacanestro dove per fortuna non si erano mai visti problemi del genere o di intolleranza e che per molti protagonisti ha rappresentato un’àncora di salvezza in una realtà, come quella dei grandi ghetti nord americani, fatta di esclusione sociale e di vita ai margini della legalità.

Nella sua accusa Seavyn ricostruisce tutto l’accaduto e certo non lascia spazio a nessuna interpretazione:

«Mancavano appena un paio di minuti alla mia performance quando sono venuti a dirmi che non potevo indossare la mia maglietta prima della gara. Peccato che nessuno mi avesse detto nulla riguardo a come dovesse vestirmi o abbia chiesto di guardare il mio guardaroba».

A rendersi conto che qualcosa non andasse anche il giocatore dei Sixers Gerald Henderson, sospettoso per il tempo perso:

«Mi sono accorto che c’era qualcosa di strano quando ho visto che stavano temporeggiando. Poi la sostituzione mi ha fatto capire che le cose non andassero, ma diavolo Jemila è stata bravissima! Certo che l’argomento sia caldo e quindi che la gente se ne preoccupi è giusto. Ognuno cerca di esprimersi come può, ed immagino che quello della Streeter sia stato uno di questi».

Ma se l’NBA per il momento non commenta sono i 76ers a cercare di ridimensionare l’accaduto con un comunicato per la verità abbastanza goffo nel quale, pur rigettando le accuse, non spiegano il perché di questo avvicendamento:

«Tutti i Philadelphia 76ers incoraggiano qualsiasi azione in grado di cambiare la società. Le nostre gare hanno come obiettivo quello di fare stare insieme le persone, per costruire rafforzare e dare fiducia a tutte le nostre comunità. Così come ci muoviamo da gesti simbolici all’azione continueremo a sfruttare la nostra piattaforma per dare un impatto positivo alla nostra comunità».

Certo non è la prima volta che lo sport viene usato per veicolare messaggi positivi, dalle Pantere Nere ai giorni nostri gli esempi si sprecano, ma in tempi abbastanza duri come questi l’atteggiamento reticente della franchigia non aiuta a far chiarezza e a ricomporre una situazione una situazione come questa prima che diventi insanabile. Forse varrebbe la pena di chiedere scusa e non farla troppo lunga.

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