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Westbrook si confessa: «Non voglio essere simpatico, voglio vincere»

russell-westbrook-nba-oklahoma-city-thunder-new-orleans-pelicansMetti due ragazzi che non hanno nemmeno trent’anni, di cui uno affermato professionista nell’NBA e l’altro giornalista di chiara fama con un Emmy alle spalle. Aggiungici che tutti e due nel loro campo sanno il fatto loro e vedrai che uscirà un’intervista coi fiocchi. Questo è quello che è successo dall’incontro di Russell Westbrook e Graham Bensinger, un giornalista poco conosciuto qui da noi ma che oltre oceano è una vera e propria stella grazie alla sua rubrica “In Depth with Graham Bensinger”.

Un’emissione diventata in poco tempo un vero e proprio caso editoriale grazie al tenore degli invitati, per rimanere in tema ricordiamo come ospiti Shaq, Charles Barkley e Dennis Rodman, e l’abilità dell’intervistatore capace di mettere a proprio agio chiunque abbia davanti.

Non sappiamo se la sua bravura risieda in uno stile giovanile lontano dall’ampollosità dei suoi colleghi più anziani o nella capacità di trattare in modo disincantato temi seri come leggeri, ma resta il fatto che il risultato è sempre garantito. E per farsene un’idea basta vedere gli stralci della lunga intervista di prossima uscita che Russ gli ha rilasciato. Una chiacchierata dove è stato possibile approfondire a 360 gradi ogni aspetto del Thunder per eccellenza, partendo dagli ambiti più personali a quelli più mediatici.

E del resto non si poteva non iniziare con quella che spesso e volentieri è stata definita come una vera e propria allergia nei confronti di telecamere e paparazzi da parte dell’atleta che, a differenza di molti colleghi, si è sempre mostrato decisamente restio a dare in pasto alla stampa la sua vita privata:

«Non so se ricevo la giusta attenzione, ma in realtà non mi interessa. Il mio lavoro non consiste nel dover piacere per forza a tutti o nell’essere simpatico. Il mio compito è quello di entrare in campo e cercare di vincere sempre aiutando i miei compagni. Se sono troppo riservato? Beh diciamo che mi piace riservarmi i miei spazi. Se così non fosse molte cose potrebbero essere equivocate, ad esempio vedi una foto e capisci fischi per fiaschi. Il gossip è così: ognuno vede quello che vuole, quindi meglio evitare».

C’è stato spazio anche per la moda, un vero e proprio pallino per Westbrook che nel corso degli anni ci ha abituato col suo stile “esuberante” a non dare mai nulla per scontato. Ma di aneddoti sull’argomento ne girano tanti, come quello che lo vorrebbe possessore di almeno un migliaio di paia di scarpe o quando il direttore di Vogue lo definì la Kate Moss della pallacanestro:

«Essere paragonati ad una modella del genere è un onore! Forse vuol dire che posso dire la mia in materia. Per le scarpe chi come mio fratello dice che ne ho più di 700 tipi sbaglia, in realtà ne ho almeno mille! E anzi proprio lui lo dovrebbe sapere: visto che sono così tante ed io non ho più posti dove metterle – stanno persino dentro l’armadietto dello spogliatoio, forse dovrei prendere un magazzino – alcune me le tiene lui a casa sua»

Ha riconosciuto quindi che il suo stile di gioco oscilla tra l’aggressivo e l’emotivo, ma per sua stessa ammissione quando si è fatti così cambiare diventa impossibile anche se alle volte questo può rappresentare un problema per la frustrazione:

«Purtroppo è così. Mi sento di essere uno dei migliori ma come contro altare devi essere deciso in ogni momento e non dare mai nulla per scontato. Io non riesco a vivere la partita con leggerezza perché ogni volta che qualcuno mi supera, mi oltrepassa e magari fa canestro non posso fingere che non sia successo nulla. Bisogna prendere l’orgoglio, tirarlo fuori e far vedere di che pasta si è fatti. Certo è vero che poi tutto questo può impattare negativamente sul rendimento e la tranquillità, ma io sono fatto così. È la mia natura. La cosa più matta che ho fatto? Ho giocato un’intera partita con un chip elettronico sulla mia spalla. Mi sento sempre in dovere di superare me stesso».

C’è stato quindi spazio per la serietà, quando gli è stato chiesto di Khelcy Barrs, suo migliore amico e collega ai tempi della Leuzinger High School e destinato ad una carriera sfavillante se non fosse stato per un problema cardiaco congenito che lo portò alla morte nel lontano 2004. Quello il punto di non ritorno nella vita di Russ, che da allora oltre ad aiutare continuamente la sua famiglia porta sempre un braccialetto con le sue iniziali, “KB3”, per far ricordare e ricordarsi:

«Lui? Sarebbe potuto diventare il più forte di sempre, una leggenda. Sono passati tanti anni ma resta una parte di me. Anzi quando gioco lo sento vicino. Da questa brutta storia ho capito solo una cosa: nulla è dato per scontato, tantomeno la vita. Poi se questa tragedia non ci fosse mai stata chissà a quelli livelli sarebbe arrivato».

Infine la domanda che tutti si sono posti nel corso di questi mesi, cioè dei rapporti con Kevin Durant dopo il suo rocambolesco addio. Ma tranquillizziamo da subito chi sperava di sentirsi dire chissà cosa, tra i due nulla cambia e i “contatti” restano dei migliori. Almeno sino all’inizio della regular aggiungiamo noi:

«KD? Un campione. In campo è in grado di fare veramente qualsiasi cosa. Chi parla di etica tradita sbaglia, lui la ha e alle volte è anche più rigida della mia».

Che dire? Sperando di aver solleticato la vostra curiosità vi invitiamo a sintonizzarvi quando ci sarà la diretta e non perdervi tutto il resto!

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