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Allen Iverson nell’Olimpo del basket: «Spero di essere d’ispirazione per i più giovani»

maniche iversonNon c’è che dire, passano gli anni ma Allen Iverson resta sempre il solito e non c’è conferenza stampa in grado di farlo cambiare. A quella di giovedì, che precede di un giorno il suo ingresso nella Hall of Fame, si è presentato con ben un’ora e mezza di ritardo, 90 minuti tondi per intenderci, e che hanno fatto credere a stampa colleghi ed organizzatori che non volesse proprio farsi vivo.

Un incidente senza nulla di preparato, questa è stata la sua spiegazione quando, come se nulla fosse accaduto, si è presentato di fronte ai microfoni scambiandosi un’occhiata, forse di complicità forse di scuse, con il vecchio Shaq che nel frattempo si era messo ad intrattenere i presenti chiedendosi platealmente come fosse possibile «scordarsi di un appuntamento del genere».

Tutto però è cambiato quando si è infilato la vistosa giacca d’ordinanza arancione e come un fiume in piena ha ricordato perché dopo 6 anni di assenza dall’NBA tutti erano lì per ascoltarlo, premettendo ovviamente le scuse con il classico «problemi familiari» di memoria scolastica.

«Cosa voglia significare indossare questa giacca ed essere qui oggi? Mi sento a disagio, ma certo mi posso dire soddisfatto ed anzi spero che possa essere di ispirazione per i più giovani. Perché capiscano attraverso tutti gli ostacoli che ho superato che non è poi tanto male stringere i denti. Questo non è solo un traguardo mio o della mia famiglia, ma di tutti i fan che ci hanno creduto. Appartiene a tutti noi».

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Una foto pubblicata da NBA (@nba) in data:

E del resto con una carriera del genere questo è un tributo dovuto. Ma resta il fatto che quando la scorsa primavera le prime indiscrezioni lo davano come uno dei papabili, Allen non riuscì a trattenere le lacrime e l’emozione:

«Se ci penso devo ringraziare i tanti detrattori che ho incontrato. Mi hanno aiutato con le loro critiche. Sono solito dire tra me e me che a parlare sono i barbieri mentre lavorano, non gli sportivi e ora dovranno ricredersi».

Unico grande vuoto ad un palmarès come il suo la mancanza di un anello, al quale andò vicino nel lontano 2001 nelle serie di finals perse per 4 – 1 contro i Lakers di Kobe, Shaq e Tyronn Lue. Una sconfitta che servì per farlo “innamorare” proprio di O’Neal giudicato da quel momento in poi «come il migliore in assoluto».

Ma non si può parlare di Allen ignorando il rapporto speciale che ha con Philadelphia, la squadra che non solo ha avuto fiducia in lui ma col quale c’è stato un rapporto di quelli speciali:

«All’inizio, quando arrivai dalle giovanili di Georgetown fu difficile per me perché ero proprio un cucciolo, poi mio padre da tifoso si aspettava tantissimo! Devo riconoscere però che non era facile stare dietro a persone come Charles Barkley, Julius Erving, Moses Malone, Bobby Jones e Billy Cunningham, tanto che quando sbagliavo non riuscivo nemmeno a capire dove fosse il mio errore… Se poi aggiungi che mi trovai dall’oggi al domani in una situazione dov’ero ricco e famoso, insomma finii per non capirci nulla. E anzi ancora oggi sono frastornato da tante cose del mondo dell’NBA».

«Certo devo riconoscere che dopo 10 anni con me e tutti i tifosi dei Sixers si è creato un qualcosa di speciale. Forse l’unico di questo tipo è quello di Michael Jordan con i Bulls. Fra di noi c’è stato un amore ed un rispetto reciproco quasi da subito».

Non si può che concludere con l’aspetto più vistoso di tutto l’universo Iverson, quello che nel corso del tempo lo ha reso una vera icona pop agli occhi dei profani e degli appassionati grazie ad un misto di treccine, tatuaggi e commistione col mondo dell’hip-pop mai marcata come con lui. Ma a chi gli chiede se dietro ad un “personaggio del genere” ci fosse qualcosa di costruito dietro non ha dubbi nel rispondere di no:

«Volevo solo vivere ed esprimermi liberamente. Essere autentici, cioè così come siamo fatti, è molto più facile rispetto a fingersi qualcun altro. Mi sono sempre chiesto perché doversi spacciare per qualcun altro. Certo, quando iniziai volevo diventare un nuovo Michael Jordan, come tutti del resto. Lui fu un vero e proprio terremoto perché ognuno voleva imitarlo, ma una volta arrivato capii che dovevo solo essere me stesso. In campo e fuori, senza nascondermi. Era “fico” e lo dovevo per mia madre, mio padre e la mia famiglia. Ovvio, poi se fossi stato bravo come lui sul parquet sarebbe stato meglio, ma sono comunque contento di come è andata».

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