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Porzingis in calo con coach Rambis: «Voglio chiudere bene la stagione»

Kristaps Porzingis KnicksPessima. Non c’è bisogno di aggiungere altro di fronte alla prestazione dei Knicks che mercoledì sera hanno perso malamente, 121 – 85, contro gli Warriors. Una sconfitta ulteriore che non aiuta a ricomporre una situazione abbastanza tesa e che pare cadere a fagiolo con tutte quelle polemiche su strani avvicendamenti in panchina (Phil Jackson per intenderci), su un possibile addio di Carmelo Anthony, sul miraggio playoff e sul cambio in corso d’opera Rambis – Fisher.

In molti hanno notato anche un calo evidente di Kristaps Porzingis, la matricola su cui tanti hanno puntato quest’anno come sicuro rookie of the year. E lui stesso, chiamato in causa a margine dell’incontro coi Golden State, non ha potuto fare spallucce ma ammettere che così non va proprio:

«Ogni partita è un discorso a sé, ma so bene di non aver giocato ai miei livelli. Nell’incontro coi Clippers (venerdì scorso, ndr) sono andato bene e quella è la potenzialità alla quale devo ambire».

«Contro gli Warriros non sono andato per niente bene – ha proseguito il lettone – ma ora anziché concentrarmi sul passato devo pensare alle partite che restano e cercare di finire al meglio la stagione».

Ed alla fine non gli si può nemmeno dare torto perché è innegabile che venerdì allo Staples Center abbia avuto un’ottima prestazione rendendosi, con 23 punti, il miglior realizzatore di quell’appuntamento. Così come del resto non si possono contestare i risultati non proprio brillanti, e scostanti, della franchigia.

Una situazione spinosa perché non è facile passare dall’essere incensato all’essere sotto controllo. E con 13 partite prima della fine della regular fare buoni propositi e smentire chi attribuisce il calo al cambio in panchina rischia di essere un’arma a doppio taglio:

«Non credo sia dovuto all’arrivo di Rambis. Di base giochiamo nello steso modo offensivo. Certo Kurt prende decisioni diverse e pensa in maniera differente il gioco, ma sostanzialmente siamo sulla stessa falsa riga di prima. Gli unici cambiamenti veri e propri sono i miei minuti di gioco: ora mi vogliono sul campo un po’ di meno ma più intensamente. Il mio lavoro alla fine consiste nel fare le stesse cose. Rambis è un buon allenatore, con lui andiamo meglio ma di certo non posso parlare male di Derek Fisher. Ha fatto un buon lavoro e, certo, sono differenti. Per questo c’è da imparare da tutti e due».

Ma del resto l’NBA è così, reggere ritmi di gioco forsennati non è facile e questa prima stagione è un ottimo modo per testare la sua stoffa. Perché solo i migliori resistono e arrivano sino all’ultimo.

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