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Mancinelli: «Non ho rimpianti per l’NBA»

stefano mancinelli nbaCon l’assegnazione dell’anello ai Golden State Warriors, la stagione 2014/15 può dirsi chiusa. Si pensa già alla prossima, con la definizione dei vari roster. Tempo di mercato dunque, argomento che potrebbe interessare da vicino la pattuglia dei 4 italiani. Una pattuglia che avrebbe potuto essere anche più nutrita. C’è un talento di casa nostra che l’NBA l’ha conosciuta da vicino, l’ha toccata e l’ha accontonata: Stefano Mancinelli.

Storia del 2007, quando allora 24enne e in rampa di lancio con la Fortitudo Bologna, partì insieme al “gemello” Marco Belinelli per affrontare l’avventura della Summer League, con la maglia dei Portland Trail Blazers. Un’esperienza intensa, incrociando sul campo alcuni emergenti illustri come Kevin Durant e Rajon Rondo. Un’esperienza che il “Mancio”, reduce dalla promozione in A1 con Torino, ha raccontato a NBA Italia News, in una chiacchierata sul basket, americano e di casa nostra.

Stefano, come descriveresti il tuo rapporto con l’NBA?

«A dire il vero non sono mai stato un grande appassionato. La seguo, in particolare guardo l’andamento dei miei amici italiani e le finali le guardo sempre volentieri. Ma diciamo che ho sempre preferito l’EuroLega».

Chi erano i tuoi idoli da bambino?

«Il mio idolo di sempre è Magic Johnson. Ma sul campo ho cercato di prendere più ispirazione  da campioni europei quali Tony Kukoc e Dejan Bodiroga».

Eri nelle giovanili quando in NBA approdarono Rusconi ed Esposito. Cosa ha significato per tanti ragazzi italiani?

«Ero contento che dei connazionali andassero a giocare in un campionato così. Ha acceso la speranza che le porte dell’NBA potessero aprirsi anche per altri».

Queste porte per Stefano Mancinelli si sono aperte. Ci racconti la tua esperienza in quella famosa estate 2007?

«In quei tempi le cose andavano diversamente da oggi. Ai draft erano ammessi giusto i fenomeni europei. Io ho avuto questa possibilità di prendere parte alla Summer League di Las Vegas. Ho giocato anche tanto a fianco di gente del calibro di Sergio Rodriguez, Webster, Alldrige e Oden. Mi sono trovato bene con loro».

Un’esperienza intensa ma breve. Per tua scelta.

«Sì, i Trail Blazers volevano tenermi e mi hanno proposto un accordo annuale. Io avevo appena firmato un contratto importante con la Fortitudo e non mi sentivo ancora pronto per affrontare un’avventura così, quindi ho deciso di aspettare e continuare il percorso di crescita in Italia».

Oggi, a distanza di qualche anno, ci ripensi a quella decisione?

«È andata come è andata, io sono contento di quello che ho fatto nella mia carriera».

Hai fatto la scelta opposta a quella del tuo grande amico Belinelli.

«Ci sentiamo ogni tanto, ma parliamo di tutto tranne che di basket. Sono stato molto contento per il traguardo che ha raggiunto l’anno scorso e gli ho fatto i complimenti. È stato veramente bravo anche se penso che per vincere un titolo NBA ci voglia anche un po’ di fortuna, dipende molto dalla squadra in cui giochi. Se quest’anno, invece di andare a Boston, Datome fosse finito a Cleveland avrebbe potuto giocarsi la sua chance. Marco è finito nel posto ideale per lui, San Antonio è il team più europeo di tutti. In questi anni è stato il più sottovalutato tra gli italiani, non ha mai potuto godere di un contratto come quelli di Gallinari o Bargnani, spero che sotto questo aspetto possa essere il suo anno».

Alla luce della tua breve esperienza e del cammino dei tuoi compagni, come giudichi il livello attuale del basket in NBA?

«Rispetto a una volta, mi sembra che non ci sia più tutta questa differenza tra l’NBA e il basket europeo, il gap si è ridotto. Fino a qualche anno fa, anche in preparazione, le squadre americane venivano in Europa e vincevano di 50 punti le amichevoli. Oggi posso anche perdere».

Sei d’accordo con Kobe Bryant quando dice che in Europa si lavora di più sulla tecnica a livello giovanile?

«Nei college americani hanno sempre privilegiato il gioco e non lavorano così tanto sui fondamentali. Come succede ad esempio nella ex Jugoslavia e in Italia. Purtroppo però mi tocca constatare che anche da noi si sta perdendo un po’ questa attenzione».

Da protagonista del campionato italiano quale sei, come giudichi l’apporto degli americani?

«Danno sicuramente un aiuto importante. Io sono favorevole al loro utilizzo, ma in Italia bisogna cambiare la mentalità e avere quel coraggio che hanno avuto certi allenatori stranieri. Gente come Repesa, che ha sempre scelto chi far giocare senza guardare l’età o la nazionalità. In questi anni, da noi sono arrivati stranieri molto forti, ma alcuni anche scarsi. Così come ci sono italiani forti e italiani scarsi».

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