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“King” James ha finalmente la sua corona

“La cosa migliore che mi potesse accadere era perdere le finali [del 2011], giocando in quella maniera” – LeBron James

Si è presentato così James, con questa dichiarazione nel post partita di gara 5, seduto tra i due trofei più ambiti della NBA, il Larry O’Brien NBA  Championship Trophy e il Russel MVP Award, i più prestigiosi della sua carriera, guardandoli e, di tanto in tanto, accarezzandoli con le dita, come a volersi sincerare che fossero veri.

Il destino non avrebbe potuto fare un più grande favore a LeBron James di farlo costringerlo al fallimento lo scorso anno, lasciandolo umiliato, ferito, disperato. La vittoria di quel campionato sarebbe passata quasi inosservata perché largamente preannunciata dal modo in cui sono stati assemblati questi Heat: un gruppo di stelle su un palco a promettere dominio assoluto per lungo tempo. Sarebbe stato tutto troppo veloce. Tutto troppo facile. Quel fallimento è quanto di migliore potesse capitare alla carriera di James perché ha cambiato il modo in cui James si considerava.

“E’ stata la cosa migliore che mi potesse accadere perché mi ha fatto tornare alle mie origini. E’ stato umiliante. Sapevo che avrei dovuto cambiare come giocatore di basket e per farlo dovevo cambiare come persona!” – LeBron James

E’ stata dunque la risposta al fallimento ad “umanizzarlo”, non il fallimento stesso, in pubblico come con i compagni con cui ha cominciato a confidarsi: “Per la prima volta, ho sentito LeBron James aprirsi e farci capire cosa si prova ad essere LeBron James” ha detto Dwyane Wade.

Stanotte i suoi Heat hanno battuto i Thunder grazie a una sua prestazione da manuale, una tripla doppia da 26 punti,13 assist, 11 rimbalzi ma James non è arrivato in sala stampa per togliersi i tanti sassolini dalle scarpe per le critiche o peggio le offese subite in passato ma per condividere ciò che aveva provato raccontando il momento più doloroso della sua carriera. Ecco questo è stato il segnale definitivo della maturazione psicologica di James che ne ha fatto migliorare ulteriormente le prestazioni trovando la capacità di sopportare la pressione dovuta alle aspettative.

Sì, James ha vinto il suo primo titolo a 27 anni, proprio come un certo MJ aveva vinto il suo primo campionato a 27 anni ma James non ha avuto 3 anni di NCAA agli ordini di Dean Smith, né un’infanzia tradizionale, forse anche utile, come quella di Jordan, ma qui finiscono i paragoni tra i due: James ha ancora molti anelli da vincere per raggiungere “Sua Maestà” Michael Jordan.

Però, finalmente, ha fatto il primo passo per tentare di raggiungerlo.

Il suo enorme talento lo ha portato dove è ora rapidamente, così rapidamente che James ha dovuto pagarne il caro prezzo per molto tempo. I suoi difetti nell’era digitale hanno incontrato terreno fertile e in molti attorno a lui hanno approfittato dalla sua incapacità di gestire sé stesso, le sue emozioni, il suo talento aiutati dal lassismo del suo entourage spesso più interessato a spendere soldi e a crogiolarsi nella sua fama che a fornirgli i mezzi per maturare. Tutto questo fino alle scorse finali, quando è venuto a galla tutto quel mondo che si nutriva dei suoi fallimenti e lì, finalmente, ha aperto gli occhi LeBron.

“E’ stato il mio viaggio. Non voglio paragonarlo a nessun’altro. Mi porto tutto con me da quando, ragazzo prodigio al liceo, Sports Illustrated mi dedicò la copertina per il draft e a 16 anni e mezzo diventare il volto di una franchigia non è facile. Tutto ha avuto a che fare con quel momento e ho dovuto imparare a conviverci. Sono un campione ora.” – LeBron James

Chissà se le parole di Dan Gilbert, proprietario dei Cleveland Cavaliers, erano ancora nella sua mente mentre pronunciava quel “Sono un campione ora”. I numeri delle sue finali (28.6 punti, 10.2 rimbalzi, 7.2 assist a gara) scacciano via ogni dubbio in proposito e la sconfitta dello scorso anno rende più difficile continuare a dipingere lui e gli Heat come i grandi bulli cattivi pronti a pestare chi gli sta attorno, anche se, in termini di immagine, questi Heat continueranno a pagare l’errore della presentazione dello scorso anno ancora per molto tempo. “Molti nemici nemici, molto onore” dicevano alcuni che poi non sono dimostrati essere molto saggi…

Vincere cambia tutto, i campioni possono permettersi “licenze” che chi non ha vinto non può permettersi: un doppio standard che esisterà sempre nella cultura sportiva.

Non si vince un titolo NBA senza una superstar coadiuvata da altri giocatori da All-Star, lo abbiamo detto spesso e anche in alcuni dei vostri commenti si può leggere questa verità: per questo James aveva bisogno di Wade e Bosh per vincere il titolo, ma, ancor più, loro avevano bisogno di lui per farlo. In questa cavalcata vincente, Wade si è dimostrato non co-protagonista ma spalla.

Si dirà che è stato l’anno del lockout, del campionato corto e compresso, si dirà che i Thunder non hanno giocato bene o che non hanno giocato affatto, che hanno difeso male o che hanno tirato con percentuali bassissime e tutto questo sarà anche vero, ma questo non deve finire per sminuire quanto fatto da James e compagni.

Da giovedì notte, anche “The King” James ha la sua corona: è un campione NBA.

5 risposte a “King” James ha finalmente la sua corona

  • Il Marchese del Grillo scrive:

    Mi trovi d’accordo Ezio..è un’altra persona!! Io fossi in Riley venderei anke Bosh

  • Danilo Scaffaro scrive:

    Lo dico da febbraio, secondo me Miami diventerebbe DOMINANTE vendendo Wade e prendendo 2 ottimi giocatori!

  • Raffaele scrive:

    Non c’è che dire. Sembra completamente un’altra persona rispetto a quella conosciuta in tutti questi anni. E’ maturato tanto con la sconfitta dell’anno scorso,maturerà tantissimo con questa vittoria.

  • L’ ho vista l’ intervista, devo ammettere che mi sta iniziando a riipiacere Lebron, sarà un avversario degno per i prossimi anni e questo james onestamente fa ” paura “, però continuo a pensare che a Miami dovrebbero rittoccare il roster, magari vendendo Wade, cosa quasi impossibile, vedremo.

  • Lore2324 scrive:

    guardando le cifre direi assomigli più a quelle di magic che a Jordan o bryant…più realizzatori ma meno assist men o rimbalzisti…cmq impressionante magic…30 triple doppie nei playoffs…primo con una ventina di vantaggio sul 9 dei celtics..:-)

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