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Non si può prevenire…

Altra morte in campo, un ragazzo di 25 anni cade, tenta di rialzarsi e poi crolla e si spegne tutto… finisce in campo la vita di Piermario Morosini, quel campo che gli ha dato il riscatto di una vita sfortunata gli ha tolto tutto. Un ragazzo che giocava a pallone, correva e correva, quello che gli riusciva meglio, lì si sentiva libero, contento e lontano da un’esistenza dura che non gli ha mai fatto sconti. Ricordiamo anche il grande campione Vigor Bovolenta morto sul campo poco tempo fa, campione di pallavolo anche lui aveva fatto controlli cardiaci approfonditi per alcuni problemi (seppur piccoli)  legati al funzionamento del cuore.

Ricorda maledettamente altri malori che hanno colpito atleti in campo, nel calcio ultimamente ce ne sono stati troppi, ma per quel che ci compete ricordiamo (io c’ero) il malore a Davide Ancilotto stella della Virtus Roma di basket che fu colpito da aneurisma cerebrale durante un’amichevole estiva. Vista annebbiata, stanchezza, crollo… si rialzo’ e fu portato in ospedale… dopo pochi giorni di agonia, morì. Povero Davide, grandissimo talento italiano morto ingiustamente. Lui non giocava a basket, danzava, caracollava, non sembrava potesse arrivare a canestro ed invece aveva già segnato.

Anche l’Nba purtroppo deve ricordare il grande Reggie Lewis, stella di Boston morto prematuramente con un attacco cardiaco. Nel suo caso purtroppo ci firono dei campanelli d’allarme con dei precedenti collassi avuti in campo, ma si sottovalutò la cosa. Come spesso purtroppo accade. Maglia ritirata da Boston e grandi onoreficenze. Povero Reggie, talento usato troppo.

A volte parliamo ed elenchiamo i morti pensando che si poteva evitare, che il sistema non funziona e che la medicina debba quasi prevenire il malore improvviso. Non si può pensare questo. Nella popolazione mondiale 1 su 1000 muore improvvisamente senza spiegazioni, tra gli sportivi 1 su 100.000. Insomma sono iper controllati, non è possibile eppure a qualcuno la colpa la dobbiamo dare. Tra i professionisti solo i controlli più accurati possono preservare l’incidente, ma questi ci sono e allora manca una cosa: la volontà di fermare l’atleta.

Avere il coraggio di dire a Cassano, o nel nostro caso a Reggie Lewis, di fermarsi e di non volare più. Qui però succede qualcosa, si rischia volontariamente sapendo che c’è una possibilità che si spenga tutto, una possibilità remota ma pur sempre presente. Rinunciare ai soldi, ad una vita bella, agiata, senza problemi. Eppure questo traguardo così sbandierato dalla televisione, non può essere un modello imitato da tutti, bisogna dire e sbandierare che lo sport debba essere gioia, contentezza e libertà, e non solo business, soldi e fama. Non si può preservare solo il giocatore, cominciamo a preservare l’uomo.

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