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Il vero valore degli allenatori NBA

Howard e Van Gundy a colloquio,

La precarietà del lavoro di allenatore NBA è tornata alla ribalta la scorsa settimana quando Stan Van Gundy, head coach degli Orlando Magic, ha rivelato ai media che Howard ha chiesto il suo licenziamento come incentivo a restare in Florida. L’ennesima macchia sulla reputazione di Howard dato che in molti si chiedono perché si dovrebbe defenestrare un allenatore di successo.

Van Gundy è decisamente uno dei migliori allenatori che l’intero panorama NBA possa vantare, il fautore dell’ottima difesa che i suoi Magic possono vantare, anche se non c’è allenatore che non avrebbe costruito attorno ai 211 cm di altezza e ai 120 kg di Howard una difesa rocciosa, che potesse far vincere al centro per 3 volte consecutive il premio Defensive Player of the Year.

Ma Van Gundy è un “recidivo” nei rapporti controversi con grandi giocatori, dato che già nel 2005 venne ai ferri corti con Shaq che lo fece allontanare. Ovvio che se un allentore NBA non riesce ad avere un buon rapporto con Shaq e Howard non importa più chi ha ragione o no, diventa egli stesso il problema: non ci sono molti atleti alti 211 cm che pesino 120 kg e giochino a basket ad alti livelli, ma è molto più facile trovare delle persone in grado di allenare una squadra NBA, come dimostrato ad esempio da Kevin McHale che, da ex giocatore con esperienza solo come allenatore ad interim, sta svolgendo un ottimo lavoro a Houston.

D’altronde, se nel periodo 2001-2009, ben 9 persone diverse hanno vinto il premio NBA’s Coach of the Year e, al 2012, solo uno di questi è rimasto al suo posto nella stessa frachigia (Gregg Popovich a San Antonio), è evidente come un buon allenatore possa essere facilmente rimpiazzato.

Shaquille O'Neal ascolta infastidito le direttive di Van Gundy

MORALE: se Van Gundy non ha più interesse o voglia di gestire le star NBA è ora che si ritiri a fare il commentatore tv dato che, volente o nolente, gli allenatori NBA devono saper trovare il giusto rapporto con i loro viziatissimi campioni (dato che in pochi sono dei professionisti umili come Tim Duncan) e il fatto che Shaq, uno dei giocatori meno professionali in carriera, passi alla storia come uno dei giocatori più vincenti di sempre dovrebbe far riflettere sui rapporti di forza in gioco.

Orlando darà il benservito a Van Gundy (e di questo è conscio anche lui) nonostante le smentite di rito, ma questo non migliorerà le sorti di una franchigia che deve i suoi problemi all’operato quantomeno discutibile del GM Otis Smith, sarà come cambiare le lenzuola nella Costa Concordia.

Il compito più difficile per un allenatore NBA è quello di scegliere i giocatori da utilizzare per poi spostarli sul campo come in una scacchiera tridimensionale. Individuato un valore minimo di conoscenze necessarie all’allenamento in NBA, “Il Valore Del Negro”, un allenatore ha un rendimento condizionato dalla situazione in cui si trova: un cattivo allenatore non è in grado di gestire i campioni e li utilizza male anche male, un buon allenatore non può risolvere tutti i problemi di un roster. Per questo il merito le fortune (o le sventure) di una franchigia passano molto di più per l’ufficio del GM che non per la panchina dell’allenatore.

Se l’attuale GM degli Oklahoma City Thunder, Sam Presti (riconosciuto da più parti come uno dei migliori su piazza) fosse stato a Orlando nel 2004, avrebbe, con molte probabilità, smantellato il roster dopo aver preso Howard. In tal modo i Magic avrebbero scelto  tra le prime 5 nel 2005 mettendosi in condizione di scegliere Chris Paul o Deron Williams. Invece, John Weisbrod ha mantenuto un roster di mediocri strapagati veterani attorno il rookie Howard che hanno portato Orlando a chiamare alla 11 lo spagnolo FranVazquez.

Quelle furono le scelte che hanno condizionato l’era Howard a Orlando, non quello che ha o non ha fatto van Gundy.

Fonte: Real GM

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