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Il progetto Clippers fa paura

La rivalità cestistica cittadina a Los Angeles ha radici quasi trettennali. Era infatti il 1984 quando i San Diego Clippers (già Buffalo Clippers, ndr) a causa dello scarso interesse suscitato negli sportivi della città del sud della California, si stabilirono a Los Angeles col chiaro intento di fare concorrenza ai pluridecorati Lakers. Da allora, però, le soddisfazioni per i tifosi dei Clippers sono state poche e al più limitate a chiudere più in alto dei “cugini” nella Western Conference. Oggi con la firma di Chris Paul la franchigia più giovane di Los Angeles forse finirà di essere considerata solo come “l’altra squadra di Los Angels”.

Dal 14 dicembre scorso, i Clippers non sono più “il logico argomento di ogni top player per decidere di non farne parte” da Kobe Bryant nel 2004 a LeBron James nel 2010 e non sono più neanche “l’appendice di ogni ottimistico pensiero sull’altra squadra losangelina” (cit. J.A. Adande – ESPN). E tutto grazie a Chris Paul che forse neanche pensava di diventare l’icona di una “lotta per la supremazia cestistica cittadina”. Da mercoledì scorso, l’altra metà di Los Angeles potrà finalmente chiamarsi “The Clippers”, senza essere accompagnata da sbeffeggiamenti, battutine e risolini vari che da sempre hanno accompagnato quest’altra, opaca, metà dello Staples Center.

Ormai tutti sanno che, conclusasi la negativa parentesi di quasi 5 mesi di una serrata dal volto a tratti nauseante e incredibile, la NBA è tornata a far parlare di sé per il basket giocato e per le operazioni di mercato. Lo scarso tempo per definire la rosa, per completare i roster ci ha regalato sin da subito un mercato in gran fermento.

La notizia bomba che più di ogni altra ha suscitato interesse e scalpore è esplosa circa una settimana fa: i Lakers, dopo tre finali e due titoli in quattro anni, decidono di smantellare il quintetto base cedendo Pau Gasol a Houston e Lamar Odom a New Orleans. Il motivo? Portare nella Città degli Angeli il playmaker senza dubbio più forte dell’intera Lega, Chris Paul, da affiancare a Kobe con la speranza di strappare Dwight Howard a Orlando 15 anni dopo l’arrivo di Shaquille O’Neal, per formare così un terzetto di “Big Three” in veste gialloviola. Agli Hornets sarebbero andati, oltre a Lamarvellous, Luis Scola, Kevin Martin e Goran Dragic via Rockets, oltre ad una prima scelta del prossimo draft.

Ma i GM di Lakers, Rockets e Hornets non avevano neanche immaginato cosa sarebbe successo di li a poco. Sul web, appresa la notizia, è stata subito bagarre: i tifosi dei Lakers a gioire, i tanti haters (compresi proprietari di franchigia) a gridare allo scandalo di una trade definita bufala. Certo anche tra i tifosi dei Lakers c’era chi era soddisfatto e chi, più cauto, vedeva con diffidenza una trade che (nell’aspetto Paul per Gasol e Odom) definiva come non conveniente per i lacustri. Ma nessuno, tra tifosi, Gm, addetti ai lavori avrebbe mai immaginato che a tale annuncio ne sarebbe seguito uno ancor più deflagrante: David Stern, nella sua funzione di rappresentante della proprietà degli Hornets (ancora posseduta dalle altre 29 franchigie NBA da quando George Shinn l’ha venduta due anni fa), decide di bloccare la trade per “basketball reasons”.

Esatto: ragioni cestistiche sicuramente legate alle vibranti proteste e alla mail di fuoco inviata da Dan Gilbert a nome di quelle proprietà che avevano lottato con il lockout ad oltranza per ottenere regole che riequilibrassero il divario tra il potere economico e di appeal dei grossi mercati e quello di piccoli centri mediatici come Cleveland. Quasi unanimamente tutti i commentatori si sono scagliati contro l’ingerenza di Stern nelle proposte di mercato di un GM, Dell Demps, trovatosi tra incudine e martello, in una situazione kafkiana.

Naturalmente, ci sono voluti diversi giorni per metabolizzare almeno in parte la notizia (non oso immaginare cosa sarebbe successo se fosse accaduto qualcosa di simile nell’italico mondo del calcio, ndr), e la decisione di Stern ha avuto conseguenze disastrose soprattutto per i Rockets (passati dall’aver accarezzato il sogno di costituire, per il dopo Yao, una coppia di lunghi da urlo come Gasol e Nené, con il quale trattavano, al rimanere con un pugno di mosche in mano) e per i Lakers (che si sono visti costretti a cedere ai rivali di Dallas un Odom scontento e deluso dall’essere stato messo sul mercato, sostanzialmente per una scelta alla lotteria e spazio nel salary cap, e a fare i conti con la grana Gasol, anche lui profondamente deluso per il trattamento ricevuto).

Per gli Hornets, il pantano Paul sembrava essere soluzione: cosa avrebbe impedito ora al giocatore di accasarsi ai Lakers a fine stagione privando gli Hornets di una importantissima pedina di scambio?

Ma i “Clippers”, prima demoralizzati dal sorpasso subito dei Lakers nella trattativa tutt’altro che segreta che stavano portando avanti con CP3 e poi rivitalizzati nell’animo e nello spirito dalla battuta d’arresto inferta da Stern ai cugini, tornano prepotentemente alla carica su Paul: la proposta iniziale di Demps prevedeva un pacchetto che includeva, tra gli altri, il contratto in scadenza di Chris Kaman e l’ala Al-Farouq Aminu ma Stern, sempre più rappresentante legale del conflitto di interessi della NBA, insisteva affinché venissero incluse nello scambio scelte al draft e soprattutto Eric Gordon, guardia al quarto anno (con contratto in scadenza) capace l’anno scorso di mettere a segno 22,3 punti e 4,4 assists in quasi 38 minuti medi di utilizzo. A questo punto, secondo Peter Vecsey del NY Post, guarda caso con perfetto tempismo, fonti interne alla NBA avrebbero divulgato le future richieste dell’agente di Gordon, richieste che avrebbero convinto la dirigenza Clippers ad includere la promettente guardia nella trade, convinti dell’impossibilità finanziaria di sostenere i futuri stipendi di Griffin, Paul e Gordon insieme.

Grazie a Stern, quella che era solo una proposta “di colore”, non ritenuta credibile e anzi accostata ai grezzi tentativi fatti in passato dai bianco-rossi per accaparrarsi qualche stella (vedi LBJ nel 2010), è diventata la trade dell’anno (almeno finora, ndr): uno scambio che ha soddisfatto completamente tanto gli Hornets (e tutto il variopinto mondo di signori che li segue, ndr) quanto e soprattutto la seconda squadra losangelina, in grado di assestare il primo grande colpo di mercato della sua storia recente.

I dettagli dell’accordo, diramati da NBA.com, sono (tra parentesi le statistiche di maggior rilievo della stagione passata):

  • i New Orleans Hornets acquisiscono Eric Gordon (37,7 min., 22,3 p., 4,4 rimb., 45,0% FG), Chris Kaman (26,2 min., 12,4 p., 7,0 rimb.), Al-Farouq Aminu (17,9 min., 6,6 p., 3,3 rimb.) oltre alla prima scelta del draft 2012 che i Clippers ricevettero dai T’Wolves nel 2005 (che presumibilmente potrà ricadere tra le prime otto);
  • i Los Angeles Clippers ricevono Chris Paul (15,9 p., 9,8 a., 4,1 rimb., 2,4 st.) e due future seconde scelte del draft 2015.

Rinunciando dunque a due lunghi come il fragile Kaman (al suo contratto da 12,7 milioni e alla rivalità con DeAndre Jordan) e il futuribile Aminu, nonché al già citato Gordon, i Clippers si sono assicurati quello che è stato definito, esagerando, dal L.A. Times come la “point perfect” (Chris Paul ovviamente, gran realizzatore e gran passatore) che ha assicurato ai losangelini che non uscirà dal contratto nel 2012, giocando così almeno le prossime due stagioni in California.

Ma non è tutto. L’ennesima rifondazione dei Clippers non si limita al solo acquisto di Paul, ma hanno messo a roster anche Caron Butler (con un passato nei Lakers), che andà a coprire il ruolo di ala piccola titolare da interpretare come tagliatore/finalizzatore in grado di compensare la non affidabilità realizzativa del piccolo play, nonché un veteran, Chauncey Billups, preso ad un prezzo irrisorio (cifra che oscilla tra i $2 e i $3,5 milioni di dollari) grazie al nuovo meccanismo che permette ad una squadra sotto il cap di fare un’offerta ad un giocatore tagliato via amnesty clause entro le 48 successive al taglio.

Ad onor di cronaca, l’unico scontento di questa condizione in casa Clippers è Maurice William che considerato l’attuale affollamento nel ruolo di play (oltre ai citati Paul e Billups, c’è anche da ricordare il giovane Eric Bledsoe) e l’ingaggio di 17 milioni per le prossime due stagioni, sarà con ogni probabilità attore di una trade o vittima del taglio via amnesty entro l’inizio del campionato.

Due grandi ex giocatori (ora analisti TNT) come Steve Kerr e Big Shaq incensano lo scambio:

Finalmente i Clippers sono diventati importanti, Paul è il giocatore che farà fare loro il salto di qualità.” – Steve Kerr

“I Clippers saranno una bella squadra. Con Paul, Butler e il mio ragazzo Griffin hanno il potenziale per fare danni nei playoffs, specialmente in una stagione corta da 66 partite. Non vedo l’ora di vederli giocare.” – Shaquille O’Neal

Shaq, come sempre, ha ragione, con un quintetto base così composto:

PM      Chris Paul
G           Chauncey Billups
AP       Caron Butler
AG       Blake Griffin
C           DeAndre Jordan

L’asse Paul – Griffin fa sognare qualcosa che, sulla carta, potrebbe farci tornare in mente coppie piccolo/grande come Johnson – Abdul-Jabbar e Stockton – Malone.

In molti già vedono i Clippers possibili vincitori dell’anello ma è sicuramente presto per annoverare i Clippers tra le contender, il talento non manca ma si dovrà prima creare una squadra (nel quintetto Paul, Billups e Butler saranno nuovi e Jordan lo scorso anno non era titolare) dopo aver trovato il modo di migliorare la panchina in generale e in particolare trovare un altro lungo di qualità considerato che i principali problemi sono un’imbarazzante mancanza di tonnellaggio fornita dalla coppia Griffin-Jordan e la sovrabbondanza nel ruolo di play/guardia. Mo Williams verrà probabilmente sacrificato per ottenere un cambio in grado di dare peso e fiato ai 2 lunghi, nonché un giocatore, oltre a Billups, capace di aprire il gioco quando e se le difese avversarie inizieranno a trovare le contromosse all’asse Paul-Griffin.

Bisognerà poi fare in modo di migliorare la fase difensiva dato che è la base da cui costruire una squadra vincente e nel roster dei Clippers manca un grande difensore in grado di fare la differenza.

Un mix di gioventù dal grande potenziale ed esperienza collaudata, un’orchestra diretta da un play illuminato come pochi altri nel ruolo negli ultimi anni: questo sono ora i Clippers ma dovranno crescere come squadra (l’esperienza di Miami insegna che non sempre basta mettere insieme dei grandi giocatori e una stagione corta da 66 gare al ritmo di 3 ogni settimana non aiuta a creare certe alchimie, ndr) e soprattutto dovranno tornare, presto e con decisione, su un mercato che finora ha regalato grandi gioie ai tifosi della parte bistrattata di Los Angeles.

Insomma, i Clippers non sono ancora da titolo ma quest’anno arriveranno agilmente ai playoff e anche lì potranno far bene…

4 risposte a Il progetto Clippers fa paura

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