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Il debutto di Messina:”Ne abbiamo cobinate di tutti i colori”

Ai tempi della vecchia Europa, dopo aver perso una partita come quella di Natale, Messina non ci avrebbe chiuso occhio: +11 a 3’35” dalla fine, ancora +6 a 50″, canestro del sorpasso di Rose a 5″, Bryant stoppato da Deng alla sirena, Lakers-Bulls 87-88 sono le sequenze di un incubo. E dunque, adesso, caro Ettore? “Adesso non ho dormito, ma per rivedermela in aereo, sul volo notturno Los Angeles-Sacramento, perché abbiamo giocato anche il giorno dopo, e giocheremo quello ancora dopo, e perché compito mio è guardare la nostra squadra, e non gli avversari, curati dai miei colleghi. Beh, ti dico che per perdere ne abbiamo dovute combinare di tutti i colori e che da allenatore, come ai bei tempi, mi sarei pressoché suicidato. Da vice, invece, anziano e saggio, ci ho visto il bicchiere mezzo pieno”.

I Lakers hanno avviato la stagione Nba intossicandosi l’esordio con un’assurda sconfitta interna (bissata all’indomani a Sacramento: -9), e per l’emigrante italiano è stata la prima volta senza vittoria, posando i glutei su una panchina nuova. Vinse all’esordio a Bologna e a Treviso, col Cska Mosca (a Vladivostok) e col Real Madrid (a Siviglia), gli è andata male stavolta, nell’ultimo eldorado. Oddio, panchina. Si fa fatica, in mondovisione, perfino a individuarlo, uno che, qui da noi, tracimava sempre in campo, con monologhi e psicodrammi. Giacca scura, cravatta a righine e inediti occhialetti con montatura leggera, Messina se ne sta in seconda fila sugli affollati sedili alle spalle del gigantesco Mike Brown, nuovo tecnico della squadra più amata a Hollywood.

Assistente allenatore. Non è un lavoro nuovo, solo dissepolto. L’ultima volta da secondo era stata in Italia, stagione ’88-89: il capo era Bob Hill, un azzimato yankee che era stato nella Nba e ci tornò appena potè. Quando sparì, la Virtus Bologna promosse l’erede designato: la carriera oggi salita quassù svoltò laggiù. “L’ho sentito Bob, m’ha chiamato appena ha saputo”. Fare il secondo vuol dire ascoltare molto e parlare poco. Assorbire e restituire. Poi, Brown è venuto a cercarselo in Europa, Messina. E le carriere qualcosa contano. “Ma io qui osservo e imparo. E mi stupisco, pure: dell’attenzione ai dettagli, ogni allenamento preparato con una lunga riunione e commentato poi, con la capacità che ha Brown di ascoltare e coinvolgere uno staff di sei tecnici. In partita sto dietro la panchina, ma partecipo in campo alla miniriunione che anticipa il lungo time out e al timeout stesso”. Fare il secondo nella dorata California dei divi (Lakers compresi, la squadra più glamour della lega) significherà pure vedersi un bel lato della vita. “E invece casa, palestra e, presto, tanti aerei. Vivo a Manhattan Beach, tranquillo, sul mare, attaccato a El Segundo dove ci alleniamo. Non credo avrò molto tempo per Beverly Hills, Malibu e Santa Monica, e non solo perché sono più a nord”. Fare il secondo infine non vuol dire tuffarsi nella piscina dei dollari: venuto nella Nba per sete d’altri orizzonti, Messina è stato l’unico italiano a rimetterci nel cambio. Bargnani, Gallinari e Belinelli, i tre che giocano, hanno moltiplicato la paga italiana. Lui? “Piglio sensibilmente meno che in Europa”. Qua, varcava serenamente il milione.

Di italiano, quando la famiglia tornerà a casa, bruciato, dopo il ko, un frettoloso dinner di Natale, gli resterà lo slang reggiano di Bryant. “Che è stato molto carino, il primo giorno, a salutarmi in italiano, un gesto che ho apprezzato perché si capiva che voleva mettermi a mio agio. Per il resto, ogni tanto fa qualche battuta”. Ma Kobe ha le sue da pensare, tra un polso malandato che gli ha fatto steccare la prima partita, una moglie che vuole divorziare, una squadra indebolita dal mercato, come da puntuali lamentele. Sarebbero sabbie mobili, il vice non è di primo pelo. “Non so da dove sia uscita quella cosa, nessuno dello staff l’ha sentita. Lo vediamo invece molto coinvolto, s’allena bene e ha già feeling con l’allenatore. Poi, volevamo Chris Paul, come play, ma la lega non ha approvato l’ingaggio. Qui può succedere”.

Sulle emozioni da prima notte, almeno, non ci saranno autocensure. “Ero lì, fra grandi giocatori che vedevo in tv. Un sogno, ma anche la realtà di una partita subito vera, dura, sentita. Sarà che Chicago era la squadra col miglior bilancio di un anno fa, sarà che noi siamo nuovi, ma qui, per fortuna, perse tre a fila nessun giornale o sito titola “Processo a Brown”, come accadrebbe in Spagna o in Italia”. Però vi aspettano, e in fretta. I Lakers corrono per il titolo per definizione e questa squadra, più operaia che stellare, pare averne di strada davanti. “Vero, è nuova, deve conoscersi, ma l’altra sera senza Bynum, uno da 15 punti e 15 rimbalzi, aveva in pugno i Bulls. La nostra scommessa sarà proprio questa: convincere noi stessi d’essere da titolo. Io ci credo”. Da vice, stavolta. Non da coach.

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