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Brian Williams, l’uomo che voleva essere libero

Ci sono persone che escono dagli schemi, che non possiamo classificare, e che probabilmente non possiamo nemmeno giudicare, perché le loro scelte seguono logiche diverse: Brian Williams, o Bison Dele come si farà chiamare negli ultimi anni della sua vita, è certamente uno di questi.

Brian Carson Williams nasce a Fresno, California, il 6 aprile 1969, secondogenito di uno dei componenti dei Platters, Eugene ‘Geno’ Williams.

La sua carriera parte dalla Santa Monica Catholic High School di Santa Monica, in California, mentre il suo percorso universitario si divide fra Maryland, dove resta un anno, e Arizona, con cui vince due titoli della Pac-10 e partecipa a due tornei Ncaa.

Si presenta al Draft Nba del 1991, e, in un un draft di alto livello, viene scelto con il numero 10 dagli Orlando Magic, che vedono nei suoi 211 cm abbinati a ottimi fondamentali e una notevole agilità la risposta alle loro necessità nel ruolo di centro. La squadra è mediocre e Williams ha un primo anno accettabile, con 9 punti di media nonostante qualche infortunio che lo limita nel numero di partite disputate. La stagione successiva è invece deludente: dal draft arriva Shaquille O’Neal, lo spazio per Williams si riduce e a fine anno viene spedito a Denver.

Qui il titolare è un altro totem come Dikembe Mutombo, ma lui riesce comunque a ritagliarsi uno spazio da back up center, e con circa 8 punti in 18 minuti di media contribuisce a due buone stagioni dei Nuggets. A Denver, oltre a irrobustire la sua reputazione di giocatore, inizia a crearsi anche quella di eccentrico: si racconta di viaggi in bicicletta da Tucson a Denver con una carta di credito come unico bagaglio, di estati passate tra surf e paracadutismo, e, cosa ancora più rara fra i pro della Nba, di visite ai musei quando si trova ad avere del tempo libero durante le trasferte.

Nell’estate del 1995 viene mandato ai Los Angeles Clippers: è la sua prima chance da titolare e si mette in grande evidenza con quasi 16 punti di media a partita. Con il contratto in scadenza, diventa oggetto d’interesse di molte franchigie.

Potrebbe essere il momento del salto di qualità, ma le cifre richieste sono troppo alte e nessuno decide di puntare su di lui. Williams resta senza squadra per quasi tutta la stagione, firma con i Chicago Bulls sul finire della regular season al minimo salariale, in tempo per partecipare ai play off e vincere il campionato. Quella è la squadra di Jordan, Pippen e Rodman ma Brian riesce a mostrare le proprie qualità e a rendersi utile.

Per festeggiare il titolo, Williams va alla festa di San Firmino a Pamplona, per partecipare ai famosi encierros, le corse in strada davanti ai tori. Una pazzia secondo tutti, visto che un incidente in quel momento avrebbe scoraggiato chiunque a prenderlo.

Per sua fortuna esce indenne dalla festa basca, e al suo ritorno trova un ricco contratto pluriennale offerto dai Detroit Pistons, che lui ripaga ampiamente. La squadra non è formidabile, ma Williams fa egregiamente la parte di secondo violino, accanto al talento emergente di Grant Hill. Detroit è una squadra in crescita e lo dimostra nel successivo campionato 1998-99, in cui riesce a centrare i playoff.

Nonostante i buoni risultati in campo Brian, che nell’estate del 1998 aveva cambiato nome in Bison Dele per omaggiare i suoi antenati nativi-americani ed africani, è insofferente: non ama i riflettori, non ama lo star system, non si trova a suo agio con la visibilità che dà la Nba. Decide così di smettere con il basket a soli 30 anni, rinunciando a circa 35 milioni di dollari garantiti dal contratto con Detroit.

Desidera altro: vedere, vivere, scoprire, non vuole più rimanere ingabbiato in un mondo in cui non si sente se stesso. Bison viaggia: il Libano, l’Europa, l’India, la Thailandia, l’Outback australiano. Bison sparisce dai giornali, dalle chiacchiere da bar, dai commenti degli opinionisti, riduce al minimo ogni tipo di contatto con il suo vecchio mondo.

Sui giornali però è destinato a tornarci: nel luglio del 2002 una barca, Hakuna Matata, entra nel porto di Tahiti. A bordo c’è una sola persona, ne mancano all’appello tre: sono Bison Dele, cui appartiene il catamarano, la sua ragazza Serena e lo skipper. La persona a bordo è il fratello di Bison, nato come Kevin Williams, ma che aveva da poco cambiato nome in Miles Dabord.

Non si saprà mai nulla di quello che è successo realmente: l’unico che sapeva, Miles, si suiciderà con un’overdose di insulina mentre si trova in Messico braccato dalla polizia, che lo accusa di triplice omicidio. I corpi non sono mai stati trovati, secondo gli inquirenti sono ormai persi nelle profondità dell’oceano pacifico.

Finisce così, a soli 33 anni, la parabola di questo ragazzo che dalla vita aveva avuto soldi e fama, ma che aveva preferito barattarli con la libertà.

2 risposte a Brian Williams, l’uomo che voleva essere libero

  • Claudio scrive:

    Porca miseria che brutta fine!!!grande bison…

  • Crix scrive:

    Caspita che storia. Me lo ricordo bene Williams, ma lo conoscevo solo come giocatore, non sapevo niente di tutto il resto. Articolo molto interessante, anche se triste nel finale..

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